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Veleia Romana

La Pompei del Nord Italia

Sito archeologico Veleia Romana

Veleia Romana

Veleia Romana (m.460 s.l.m), nella valle del Chero, antica città il cui nome deriva dalla tribù ligure chiamata Veleiates, fu fondata nel 158 a.C., dopo la definitiva sottomissione dei Liguri a Roma. Prospero municipio romano ed importante capoluogo amministrativo, governò su una vasta area collinare e montana confinante tra Parma, Piacenza, Libarna (Serravalle Scrivia) e Lucca. Citata nella sua Naturalis Historia da Plinio il Vecchio, la popolazione ligure scomparve nel III secolo senza lasciare tracce fino al 1747, quando riemerse la Tabula Alimentaria Traianea nell’area presso la chiesa e quando scavi sistematici riportarono alla luce la struttura dell’antica città con tutti i suoi reperti.La fase di maggiore sviluppo economico e civile è da ricondursi all’età augustea, come attestano le numerose iscrizioni e la serie delle statue della famiglia giulio-claudia della basilica, esposte nel museo archeologico di Parma.

La città era molto frequentata anche per le sue terme derivate da acque bromoiodiche, peraltro frequenti in tutta la fascia pedecollinare.Nel III secolo d.C. la crisi è ormai evidente: il documento epigrafico più recente trovato a Veleia è del 276 e solo l’esame delle monete tardo-imperiali trovate nel sito ne accertano la sopravvivenza almeno fino al V secolo d.C.Ma fondamenta di abitazioni, pavimenti delle terme, colonne e monumenti dell’antico foro sono lì a dimostrarlo. Curioso il fatto di dover salire tra queste colline, distanti un’ora d’auto dalla Via Emilia, per trovare l’insediamento romano meglio conservato dell’intera regione. Tutti i numerosi altri, e ben più consistenti centri, distribuiti lungo l’importante via consolare da Piacenza a Rimini giacciono infatti sepolti sotto le omonime, o quasi, città moderne.Tutto inizia nel 1747, quando viene casualmente scoperta in un campo di una frazione del comune di Lugagnano Val d’Arda un’enorme lastra di bronzo scritta, la maggiore finora rinvenuta in tutto l’impero romano (m 1,38 x 2,86), contenente la Tabula alimentaria traianea, un complesso documento censuario del territorio veliate risalente alla prima metà del II° sec. d.C., che elencava i nomi di tutti i proprietari terrieri, l’ubicazione dei fondi ed i loro valori in sesterzi. Una specie di cartella esattoriale collettiva, forse poco apprezzata dai diretti interessati.Poco dopo venne rinvenuta nello stesso luogo, che poi si rivelerà essere la basilica, un’altra lastra bronzea contenente un frammento della Lex Rubria de Gallia Cisalpina, un testo giuridico emanato da Giulio Cesare tra il 49 e il 42 a.C.

Chiari segnali che sotto doveva esserci qualcosa di importante. A quel tempo il ducato di Parma e Piacenza era retto da Filippo di Borbone, fratello minore di Carlo, re di Napoli. Al giovane Borbone non parve vero di poter emulare le gesta del fratello, che già aveva iniziato a mettere in luce i resti delle città vesuviane di Ercolano e Pompei, ricavandone enorme prestigio, e diede il via agli scavi nel 1760.Cominciarono così ad affiorare dall’oblio le fondamenta delle terme, strade porticate, negozi, taverne, magazzini, laboratori e diversi quartieri residenziali, il tempio e la curia, nonché un’enorme cisterna idrica scambiata – a causa della sua forma ovale – per i resti di un anfiteatro, il tutto attorno ad un monumentale foro centrale – considerato oggi come il meglio conservato in Italia – con annessa basilica, quest’ultima contenente un pregevole gruppo di dodici statue in marmo apuano della famiglia imperiale giulio-claudia. Nonostante l’immetodicità degli scavi, condotti ovviamente con criteri poco scientifici e modalità poco ortodosse, e il trafugamento o la dispersione di parecchio materiale, gli scavi di Veleia furono alla base della creazione dell’attuale Museo Archeologico Nazionale di Parma, uno dei primi a sorgere in Italia. Ma prima ancora di apprezzare le vestigia del passato, una domanda assale prepotente il visitatore: perché mai creare un insediamento così lontano dalle grandi vie di comunicazione, distante dalle città della pianura, su un terreno erto e franoso che obbliga a costruire costosi terrazzi e muri di sostegno? La risposta va cercata a cavallo tra il III° e il II° secolo a.C. con l’espansione romana nella Gallia Cisalpina, la creazione della Via Aemilia, che a Piacenza si raccordava con la Via Postumia per unire Genova e Aquileia, la nascita o la romanizzazione degli importanti centri posti lungo questo percorso.Sulle colline piacentine, lungo un’antica via di transito commerciale tra Po e Tirreno, sorgeva a 460 m di quota un villaggio della tribù ligure dei Veleiates.

Senza colpo ferire legionari veterani, commercianti, liberti e pubblici funzionari affiancarono pian piano gli elementi indigeni, sostituendo le vecchie capanne con abitazioni di pietra decorate da pitture, statue e mosaici, ed elevando pregevoli edifici pubblici resi pomposi da marmi provenienti dalle Apuane, dai monti veronesi e finanche dalla lontana Istria. Ai legionari congedati vennero assegnati in premio appezzamenti di terreno di forma quadrata, che ancora oggi contraddistinguono il paesaggio, e questi cominciarono a produrre un vino, il Gutturnium, ancora oggi apprezzato.Il posto è salubre, il clima mite in ogni stagione, ricco di legname, di selvaggina, di pascoli per gli armenti, di sorgenti naturali e termali (Salsomaggiore e Tabiano non sono distanti) e in più ci si può anche divertire incendiando gli idrocarburi (gas metano e petrolio) che sgorgano spontanei dal terreno, fenomeno che sa tanto di magia e capace di richiamare parecchi secoli più tardi l’attenzione anche di Alessandro Volta. E per finire ci si mise pure Plinio, rivelando come a Veleia si contassero non pochi ultracentenari; dal censimento compiuto da Vespasiano nel 72 d.C. risultava infatti che vi risiedevano sei persone che avevano superato i 110 anni – un limite enorme considerato che all’epoca si faceva fatica ad arrivare ai 60-70 – quattro i 120 e un certo Marcus Mutius Marci era arrivato al lusinghiero traguardo dei 140 anni. Errori dell’anagrafe o merito delle acque termali e del buon vino elogiato da Cicerone? Da centro commerciale e amministrativo di un vasto comprensorio esteso dal fiume Taro al Trebbia, dalla pianura al crinale appenninico, il piccolo municipio diventò in breve tempo anche un ricercato luogo di villeggiatura ante litteram, con i forestieri impegnati a dimostrare la loro gratitudine per la ritrovata vigoria a suon di lapidi, statue e opere pubbliche. Nel 42 d.C ottenne anche il diritto di cittadinanza romana. La posizione defilata sulle colline, più che un inconveniente, finì per rivelarsi ben presto come un enorme pregio, lontana dalle beghe della politica, dai capricci delle legioni, dal passaggio degli eserciti invasori, tanto da non richiedere nemmeno la presenza di mura o di qualsiasi altra opera difensiva, come troviamo invece in tutti gli altri centri coevi.E per almeno due secoli, dalla tarda età repubblicana alla piena epoca imperiale, Veleia costituì una vera oasi di tranquillità e di prosperità, celata tra le selve dell’Appennino piacentino.

Non sappiamo cosa ne decretò il declino nel IV° secolo e la scomparsa definitiva poi: forse una serie di concause, legate al dissolversi dell’impero ed alla fine della pax romana. Ma il fatto di sorgere sulle pendici di due monti chiamati Morìa e Rovinasso, in una zona soggetta a movimenti franosi ed a smottamenti del terreno, potrebbe fornirci una plausibile risposta.A colpire il visitatore, oltre al contesto bucolico, sono in particolare il Foro, lastricato in arenaria e con tre lati porticati, dove gli spazi venivano dilatati per effetto ottico dalla presenza di pitture murali; sui suoi lati si aprivano botteghe e ambienti pubblici. Era il centro della vita pubblica e privata della città, e in mancanza di un anfiteatro vi si tenevano anche gli spettacoli. Ha restituito varie statue bronzee, tra cui una vittoria alata, ed epigrafi dedicate agli imperatori Domizio, Aureliano, Marco Aurelio e Adriano.Su un fianco sorgeva la basilica, a navata unica con esedre rettangolari alle testate, dove erano collocate le dodici statue in marmo apuano della famiglia giulio-claudia, ora esposte al Museo di Parma, dono del console e pontefice piacentino Lucio Calpurnio Pisone, fratello della moglie di Giulio Cesare e protettore di Veleia.Interessanti anche le terme, che utilizzavano acque cloruro-sodiche dalle indubbie proprietà terapeutiche (bisognerebbe poter chiedere conferma agli antichi ultracentenari), strutturate nei tre classici ambienti di calidarium, tepidarium e frigidarium, con spogliatoi separati per uomini e donne, dotato di un termopolio, cioè del bar delle terme (è proprio vero che noi moderni non abbiamo inventato nulla), e infine i quartieri residenziali, dove prevale il modello abitativo di domus monofamiliare di tipo italico, composta da diversi vani affacciati sul cortile dell’atrium.La presenza del mulino e del frantoio ci fanno intuire le abitudini alimentari. Sorprende la modernità e la funzionalità del complesso: tutti gli edifici pubblici e privati erano dotati di fognature e di impianti di riscaldamento: potere dell’ingegneria idraulica romana. Una visita merita infine anche il piccolo Antiquarium, ospitato nell’edificio della direzione: contiene vari corredi provenienti da una vicina necropoli preromana, una scultura mutila in arenaria di uomo barbuto, una patera di vetro murrino, una situla in rame, un mosaico policromo con maschera teatrale dal Foro e una stele in marmo lunense con figura di cacciatore. I reperti più importanti sono però conservati nel Museo Archeologico di Parma.

Come arrivare:

Il sito archeologico di Veleia Romana si raggiunge uscendo al casello di Fiorenzuola dell’autostrada A1, e proseguendo per Carpaneto Piacentino e Veleia

Periodo d’apertura:

Orario feriale: Dicembre, gennaio, febbraio dalle 9.00 alle 15.00 – altri periodi dell’anno dalle 9.00 alle 18.30
Orario festivo: Dicembre, gennaio, febbraio dalle 9.00 alle 15.00 – altri periodi dell’anno dalle 9.00 alle 18.30

Tariffa d’ingresso:

Ingresso libero

Ufficio informazioni turistiche di riferimento:

Mail: iatcastellarquato@gmail.com
Tel: +390523807113

Guide turistiche:

Associazione “Antelami”
Mail: antelamiguide@libero.it
Cell: +393387360901

2 Agosto 2015