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Grado. Una strada romana nel mare di Grado: così erano collegate l’isola e Aquileia

Grado. Una strada romana nel mare di Grado: così erano collegate l’isola e Aquileia

Frammenti e colli d’anfora adriatica, puntali d’anfora africana, due brocche probabilmente di epoca repubblicana, una ciotola di ceramica fine. E poi decine di altri reperti a coprire un arco temporale che dal tempo dei Romani sembra lambire l’alto Medioevo. E. dalla sabbia del fondo, ecco spuntare i resti di pali in legno ciò che rimane di una struttura portante, quasi certamente un ponte.
Siamo di fronte all’isola di Pampagnola, una delle lingue di terra alle propaggini meridionali della laguna di Grado, a un passo dalla principale via d’accesso dal mare all’Isola del Sole.
Da bordo della barca Castorino II di Stefano Caressa, l’archeologa della Soprintendenza Archeologia BelleArti e Paesabbio del Fvg, Paola Ventura, osserva su uno schermo il lavoro dei subacquei che, a sei metri di profondità, stanno effettuando una ricognizione su quella che con ogni probabilità era un’antica strada, forse una delle vie d’accesso dirette da terra all’attuale isola di Grado e una delle arterie di collegamento con Aquileia.

Che ci fosse una strada, o più di una, che nell’antichità collegasse lo scalo costiero e l’entroterra è sempre stata più che un’ipotesi, e negli anni gli archeologi e studiosi – come Vigilio Degrassi e, più di recente, Ruggero Marocco – hanno tentato a più riprese di individuare il sito nella complessa e cangiante mappa della Grado d’epoca romana e medioevale

Ma solo nei giorni scorsi, nell’ambito dei lavori preparatori per la realizzazione di un documentario della serie “La Frontiera sommersa” prodotto dalla Struttura Programmi Italiani della sede Rai del FVG per la regia di Luigi Zannini, sugli schermi del side can sonar (il “radar” che scansiona i fondali) della barca di Caressa è comparsa una linea perfettamente dritta che per alcune decine di metri in direzione Nord-Sud porta verso la terraferma attraverso gli isolotti della laguna.
Il tracciato conferma come qui una volta ci fossero numerosi insediamenti connessi da un sistema di strade e ponti che portavano all’antico approdo di Grado.
Informata la Soprintendenza, ottenuti permessi per l’immersione dalla Capitaneria di porto, sotto la guida di Paola Ventura e col coordinamento dell’assistente tecnico subacqueo della Soprintendenza FVG Francesco Dossola, una squadra di sub del team della “Frontiera sommersa” si è immersa per effettuare una prima ricognizione, usando anche una telecamera subacquea e collegata a uno schermo in superficie che ha permesso a Paola Ventura di seguire il sopralluogo in diretta dal fondo. Sopralluogo che ha portato al recupero di numerosi reperti e manufatti erratici, cioè solo appoggiati sul fondo: colli d’anfora, brocche, laterizi, ciotole.
Le prime osservazioni lasciano pochi dubbi: si tratta di ciò che rimane di strutture di notevole portata, di cui dovrà essere verificato il possibile allineamento con una delle vie e altre infrastrutture di Aquileia.
La presenza di pali di legno sul fondo farebbe pensare a una spalla di ponte, o forse a una sottofondazione, ma serviranno altri rilievi per sapere qualcosa di più preciso.
In quanto ai reperti recuperati, sembrano coprire un periodo piuttosto ampio di tempo, dal primo secolo all’epoca alto medioevale.

Tutti i materiali recuperati sono stati portati in uno dei depositi della Soprintendenza dove sono stati intanto lavati e catalogati.
A seguire la ricognizione da bordo del Castorino II anche Stefano Furlani, associato di geomorfologia dal Dipartimento di Matematica e Geoscienze dell’Università di Trieste, che da anni studia le variazioni dei livelli marini delle nostre coste.
“Le strutture sommerse di epoca romana – spiega – sono ottimi indicatori degli antichi livelli del mare. Nel nord Adriatico le profondità dei resti si aggirano attorno a 1,5/2metri ma in particolari condizioni possono aumentare. Ad esempio ai bordi d’un canale, come in questo caso”.

Autore: Pietro Spirito